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Il discorso del Re

Spunti di riflessione

Il film consente e provoca la riflessione sul tema fondamentale del senso. Cosa è che salva la vita? Quando possiamo ritenerci salvati? La parola o l’oggetto schiudono all’uomo la possibilità di redimere i suoi giorni? Solo a fronte di quanto ostacola per eccellenza la parola, esiste la possibilità di esprimersi, di verbalizzare, di dire e dirsi, è possibile narrare la salvezza come parola che interpreta e significa l’esistenza. Infatti il balbettare di Bertie si connette con la sua incapacità di accettarsi, di verbalizzare la sua profondità e il suo passato, di dare un nome al suo futuro e al suo desiderio. La balbuzie è il punto di partenza di un'indagine che affronta in modo approfondito la psicologia di un personaggio storico di grande livello, ma anche una condizione propria di ciascuno di noi: come trovare un nome per il desiderio autentico che ci abita? Come salvarci da quanto ostacola la possibilità di interpretarci e orientare i giorni secondo il senso? Perché il piacere non dovrebbe essere scelto e seguito come sentiero privilegiato di vita? A cosa serve la compagnia dell’altro?


Il messaggio del film è molto chiaro: senza la moglie e senza la “guida” del suo originale logopedista Lionel forse il celebre discorso che Giorgio VI ha pronunciato in radio contro la Germania nazista non sarebbe stato lo stesso: il Regno è salvato dal riconoscimento nei giorni di Bertie di un desiderio potente da coltivare e questo riconoscimento è una avventura possibile solo in cordata.

Il dottor Logue è l’esempio più luminoso dell’adulto maturo, del vero educatore, del padre (per i figli e per Bertie, introdotto nello studio da un bimbo guarito, anticipazione della sua guarigione che coinciderà con una sorta di infanzia spirituale ritrovata): colui che non detiene l’ultima parola sulla realtà, ma che invece alimenta il desiderio e rende possibile pronunciare una parola di senso che libera dal blocco e dalla paura la vita. È il difensore della promessa, che svela la sua potenza, maggiore di quella della soddisfazione del piacere, che spesso sono occasione di fuga e si pagano con il fallimento della vita.

Bertie e Lionel narrano anche l’esigenza per ciascuno di noi che debba maturare (nella vita, nella vocazione, nell’amore, nella professione) l’esigenza non trattabile di decentrarsi e accogliere la bellezza e la potenza del nuovo, l’istanza di “lasciare che i morti seppelliscano i morti” (Mt 8, 18-22), il dovere di impedire al peso della memoria di schiacciare e appiattire il nostro avanzare, alla malinconia dell’oggetto perduto e alla fedeltà a ciò che è stato di pietrificare il movimento del nuovo che è in noi.

Bertie e Lionel vivono appieno il rapporto educativo corretto, rinunciando al mito dell’autoformazione, dell’autogenerazione, perché la vera maturazione è possibile solo riconoscendo il proprio debito formativo nei confronti delle proprie radici e nei confronti di un altro, perché si può diventare eredi della vita solo riconoscendosi figli e si diviene figli solo accettando di relazionarsi con altro che possa essere per noi padre, cioè custode della novità della nostra rinascita.

Fabio Rondano


Aggiunte:  Gioved, 16 Aprile 2015

  



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