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La guerra di Mario

Regia di Antonio Capuano
Premio Film Commission Torino Piemonte (premio dei critici).

Mario ha nove anni ed è definito un bambino "difficile". Il Tribunale di Minori lo ha sottratto alla sua famiglia naturale per proteggerlo e per dargli una possibilità. Giulia e Sandro sono una coppia di quarantenni della borghesia colta e agiata, apparentemente soddisfatti; non sono sposati e vivono insieme da circa due anni quando decidono di chiedere in affidamento un bambino. Giulia si innamora della sua nuova condizione di madre e vive una meravigliosa rinascita; Sandro è intimidito dalla presenza del bambino. Mario si trova proiettato in un mondo che gli è completamente estraneo. Il percorso che tutti e tre fanno per provare a vivere insieme è difficile e molto doloroso.

Intervista al regista Antonio Capuano

Da dove viene la voglia, la necessità di raccontare La guerra di Mario, un bambino che viene dato in affido temporaneo?

Sono sempre stato molto attratto dai temi legati alle problematiche dell'infanzia. La storia di La guerra di Mario è arrivata da una mia amica che ha vissuto l'esperienza di un affido temporaneo. Lei lavorava in una casa famiglia e ad un certo punto ha chiesto di poter avere con sé uno dei bambini ospiti, la risposta è stata affermativa e questo ragazzino ha vissuto con lei per alcuni mesi. Così mi ha raccontato le felicità, i bisogni, le tenerezze, le difficoltà che più passava il tempo e più aumentavano. La storia mi è sembrata così interessante che l'ho voluta raccontare.

Che guerra sta combattendo Mario?

Mario è un bambino che combatte una guerra come tutti quelli che vengono dal niente, con una famiglia inesistente alle spalle, che dall'età di quattro anni è stato sballottato prima in un orfanotrofio poi da una famiglia adottiva ad un'altra come fosse un pacco. La 'guerra' del titolo mi è venuta in mente perché la mia amica mi ha raccontato di aver trovato molti ritagli di bambini africani con il mitra in mano, di piccoli soldati, nel cassetto del ragazzino che aveva in affido. Questo mi ha fatto pensare alla guerra che, non solo metaforicamente, combattono i ragazzini a modo loro.

Il film sembra sposare la tesi che un bambino non va educato ma considerato come un adulto. Non ci sono norme da seguire, soltanto la capacità d'amare. C'è una frase nel film esplicita su questo punto: «La scuola è un brutto carcere, e il carcere è una bella scuola».

Questa è assolutamente la tesi del film, per me un bambino va considerato come un adulto e per fortuna è una teoria abbastanza acquisita, in generale, dalle scuole e da parte dei genitori. Un bambino è una persona, come un adulto, con i suoi problemi. Ma c'è anche il rovescio della medaglia: è molto difficile fare i genitori, gli educatori perché non è affatto semplice rapportarsi con i bambini. Quasi tutti, assolutamente in buona fede, tendono però a prevaricare sul più piccolo. ….


Aggiunte:  Gioved, 14 Giugno 2007

  



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